Un'antica epigrafe testimonia come i legami affettivi in età adrianea venivano manifestati a Nocera
A Nocera Superiore è stata rinvenuta un’epigrafe funeraria databile all’età dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.), che tramanda il tenero e doloroso omaggio di una madre alla propria figlia.
L’iscrizione dice:
<< *Calpurniae, Luci filiae,
Severae, feminae
rarissimae, quae
vixit annis XXIII,
mensibus IIII, Viria Prima,
mater infelicissima,
quae supra eam
vivit, fecit filiae
incomparabili
cuius fama pietas
vivit in aeternum* >>.
Il testo può essere reso così:
<< A Calpurnia Severa, figlia di Lucio, donna eccezionale, vissuta ventitré anni e quattro mesi.
Viria Prima, madre afflitta, rimasta in vita dopo di lei, volle dedicare questo ricordo alla sua figlia amatissima e senza eguali, la cui virtù e devozione saranno ricordate per sempre >>.
Un elemento significativo dell’epitaffio è l’assenza della formula Dis Manibus, la consueta invocazione ai Mani, divinità legate al culto dei defunti nel mondo pagano. Proprio questa mancanza fa pensare che la famiglia potesse appartenere all’ambiente cristiano, in un’epoca in cui il Cristianesimo non era ancora riconosciuto come religione ufficiale dell’Impero, traguardo che sarebbe arrivato soltanto circa due secoli dopo.
La lapide venne riportata alla luce nel settembre del 1865, in località San Clemente, nel territorio di Nocera Superiore.
Oggi il reperto è conservato nel cortile del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
L’iscrizione dice:
<< *Calpurniae, Luci filiae,
Severae, feminae
rarissimae, quae
vixit annis XXIII,
mensibus IIII, Viria Prima,
mater infelicissima,
quae supra eam
vivit, fecit filiae
incomparabili
cuius fama pietas
vivit in aeternum* >>.
Il testo può essere reso così:
<< A Calpurnia Severa, figlia di Lucio, donna eccezionale, vissuta ventitré anni e quattro mesi.
Viria Prima, madre afflitta, rimasta in vita dopo di lei, volle dedicare questo ricordo alla sua figlia amatissima e senza eguali, la cui virtù e devozione saranno ricordate per sempre >>.
Un elemento significativo dell’epitaffio è l’assenza della formula Dis Manibus, la consueta invocazione ai Mani, divinità legate al culto dei defunti nel mondo pagano. Proprio questa mancanza fa pensare che la famiglia potesse appartenere all’ambiente cristiano, in un’epoca in cui il Cristianesimo non era ancora riconosciuto come religione ufficiale dell’Impero, traguardo che sarebbe arrivato soltanto circa due secoli dopo.
La lapide venne riportata alla luce nel settembre del 1865, in località San Clemente, nel territorio di Nocera Superiore.
Oggi il reperto è conservato nel cortile del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
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